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08/04/2009 – Il volantino di giudizio preparato da Comunione e Liberazione in merito ai tragici eventi che hanno colpito l’Abruzzo in questi giorni

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Il volantino di Comunione e Liberazione a proposito della sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo sui crocifissi

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Il volantino di giudizio di Comunione e Liberazione sul terremoto del 12 gennaio 2010 ad Hait

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Basta un piccolo starnuto del pianeta, in un minuscolo francobollo di terra come Haiti, e sono spazzati via migliaia di esseri umani. Anche un microscopico virus è in grado di uccidere milioni di persone. Sono tutte manifestazioni di una stessa fragilità, di uno stesso destino. Tutti documenti della nostra misera condizione mortale.

C’è una sola “malattia”, trasmessa per via sessuale, che porta inevitabilmente alla morte l’umanità intera e non ha cure possibili. Non è l’Aids. Ne siamo affetti tutti, ad Haiti come qui. Si chiama: vita.

E’ una “malattia” anche stupenda (per questo la scrivo fra virgolette), è una “malattia” che amiamo, a cui stiamo attaccati con le unghie e con i denti. Ma solitamente non riflettiamo sulla sua natura effimera e quindi l’amiamo in modo sbagliato, dimenticando che dobbiamo scendere alla stazione e siamo destinati a un’altra dimora.

Quando arrivano grandi tragedie, personali o collettive, apriamo gli occhi sull’estrema fragilità della nostra esistenza e – svegliandoci – ci sentiamo quasi ingannati. Come se non sapessimo che siamo di passaggio.

Sì, siamo tutti malati terminali. Ma noi dimentichiamo di essere sulla soglia della morte dal primo istante di vita. Lo rimuoviamo.

Anzi, quasi tutto quello che facciamo ogni giorno ha questa segreta ragione: farci dimenticare il nostro destino, esorcizzare la morte, preannunciata dalla decadenza fisica, dalle malattie, dalla sofferenza, dal dolore altrui. Distrarci, come diceva Pascal: il “divertissement”.

Ormai la nostra mente è organizzata come un vero e proprio palinsesto televisivo: c’è la mezz’ora dedicata alla tragedia di Haiti dove magari si chiama a parlarne non i missionari, non organizzazioni come l’Avsi che da anni lavorano in quelle povere terre, ma Alba Parietti e Cristiano Malgioglio. Poi, subito dopo, il telecomando passa ai quiz, alle ballerine sgallettanti, alle chiacchiere (politica o sport) eccetera.

Tutti modi – si dice – “per ingannare il tempo”. In realtà per ingannare noi stessi, per dimenticare il destino . Perché il nostro insopprimibile desiderio è di vivere sempre, è di essere felici, e ci è insopportabile l’idea della morte e dell’infelicità.

Così, anche quando parliamo seriamente di tragedie come quelle di Haiti, con la faccia compunta, tocchiamo tutti i tasti fuorché quello.

Parliamo dell’emergenza (e va bene), degli aiuti da mandare (e va benissimo), della miseria di quei luoghi (verissima), poi varie storie e considerazioni, finché uno guarda l’orologio perché deve andare al tennis, un altro sbircia il telefonino e un altro ancora sussurra al vicino “ma quand’è che se magna?”.

Ricomincia il tran tran. E gli affanni. E l’ebbrezza di essere padroni della nostra vita. E le illusioni. Eppure il più grande “filosofo” di tutti i tempi chiamò “stolto” colui che riempiva il suo granaio illudendosi di poterne godere all’infinito: “stanotte stessa ti sarà chiesta la tua anima…”.

Perché un giorno tutti dovremo rispondere dei nostri atti e di come abbiamo speso il nostro tempo. In quanto la vita è un compito. Anche se ormai gli stessi preti parlano raramente dell’Inferno e del Paradiso a cui siamo destinati.

Pensiamo che inferno e paradiso siano da fuggire o cercare qui sulla terra. “Haiti, migliaia in fuga dall’inferno”, titolava ieri la prima pagina della “Stampa”. Altri giornali raccontavano i “paradisi tropicali” dei turisti a pochi passi dall’orrore haitiano.

Solo la Chiesa ci dice che c’è un Inferno ben peggiore di Haiti (ed eterno) da cui fuggire. E un Paradiso da raggiungere, di inimmaginabile bellezza e gioia, in cui tutte le lacrime saranno asciugate.

Il solo conforto oggi di fronte all’enormità del dolore di tutta quella povera gente e di fronte a tanti morti, è proprio questo: sperarli (e pregare per questo) fra le braccia del Padre, finalmente nella felicità certa, per sempre.

Ma noi, davanti alla nostra stessa morte (che è certa, inevitabile), che speranza abbiamo? Proviamo a rifletterci. Per me la sola speranza autentica è in Colui che ha avuto pietà della sorte umana, Colui che ha il potere vero e che ripagherà ogni sofferenza con un felicità senza fine e senza limiti.

Per questo la Chiesa c’è sempre, dentro ogni prova dell’umanità, dentro ogni “inferno” terreno com’è Haiti (provate a leggere le testimonianze accorate da là dei missionari). C’è per portare agli uomini la compassione di Dio, la sua carezza, il suo aiuto e soprattutto per aprire le porte del suo Regno.

“Ti sei chinato sulle nostre ferite e ci hai guarito” dice un prefazio della liturgia ambrosiana “donandoci una medicina più forte delle nostre piaghe, una misericordia più grande della nostra colpa. Così anche il peccato, in virtù del Tuo invincibile amore, è servito a elevarci alla vita divina”.
E la cosa grande che ci porta Gesù, il Salvatore degli uomini, non è solo questa, ma la resurrezione, la vittoria sulla morte, cosicché nulla di ciò che abbiamo amato andrà perduto.

Diceva don Giussani:Cristo risorto è la vittoria di Dio sul mondo. La sua risurrezione dalla morte è il grido che Egli vuole far risentire nell’animo di ognuno di noi: la positività dell’essere delle cose, quella ragionevolezza ultima per cui ciò che nasce non nasce per essere distrutto. ‘Tutto questo è assicurato, te lo assicuro, Io sono risorto per renderti sicuro che tutto quello che è in te, e con te è nato, non perirà’ ”.
Come si fa allora a non gioire, anche nelle lacrime? Come si fa a non affidarsi – anche nella tragedia – all’unico che salva?

Voglio dirlo con le parole di san Gregorio Nazianzeno: “Se non fossi tuo, mio Cristo, mi sentirei una creatura finita. Sono nato e mi sento dissolvere. Mangio, dormo, riposo e cammino, mi ammalo e guarisco, mi assalgono senza numero brame e tormenti, godo del sole e di quanto la terra fruttifica. Poi io muoio e la carne diventa polvere come quella degli animali che non hanno peccati. Ma io cosa ho più di loro? Nulla, se non Dio. Se non fossi tuo, Cristo mio, mi sentirei creatura finita”.

Antonio Socci

Da “Libero”, 16 gennaio 2010

Te Deum per il 2009

giovedì 31 dicembre 2009

Trovare delle ragioni per ringraziare vuol dire trovare uno sguardo nuovo sulla realtà, uscire dalla scontatezza con cui guardiamo la vita, uscire dagli schemi mutuati dalla sociologia, dal cosiddetto realismo che non è che la maschera della disperazione, dalla superficialità grigiastrache domina il discorso pubblico.

Cominciamo dalle cose che ci sono, non dalla crisi, da ciò che manca. Bisogna avere il coraggio di ricominciare dalle radici. Esse sono lo sguardo dell’infanzia. Un bambino può vedere ciò che un adulto non sa più scorgere, perché non ha gli occhi appannati dalla scontatezza e dalla pretesa. Se guardiamo così le cose semplici che costituiscono l’architrave dell’esistenza, pur con tutta la sua drammaticità e problematicità, possiamo trovare un nuovo punto di appoggio per affrontare la vita e le sue crisi.

La prima cosa per cui ringrazio è che torna il sole al mattino. Fa quasi ridere dirlo, siamo talmente abituati a dare per scontato questo miracolo quotidiano, ma forse chi ha vissuto un po’ di insonnia può capire ciò che dico. Chi non dorme di notte, o comunque non dorme alcune notti, è assalito dalla grande paura, verso le quattro del mattino, che il sole non ritorni, che il buio si prolunghi all’infinito. Non è un po’ questa l’angoscia sotterranea di tanta letteratura recente, da Aspettando Godot a Il deserto dei tartari? Il sospetto mortale che l’attesa non abbia fine…

Poi ringrazio che esistono sulla terra i fiori. Esistono sulla terra i colori. Quando finisce la notte, il bene è reso visibile in questi milioni, miliardi di piccoli esseri il cui scopo principale è essere belli. Sono la presenza elementare del bene che Dio ha regalato a tutti. Tutti possono godere dei fiori e dei colori. Ricordiamo l’espressione di Gesù, che Dio fa piovere sui buoni e sui cattivi, sui giusti e sugli ingiusti (Mt 5,45).

Non è straordinario questo? Perché questa abbondanza che rende un qualsiasi prato un tappeto di colori? Perché così tanta varietà, le infinite sfumature del verde delle piante? Imparo da questa sovrabbondanza che Dio è gratuità. Esiste ancora in molti cuori il valore, il peso e l’esperienza della gratuità. Anche noi uomini possiamo partecipare della gratuità di Dio. Penso per esempio alle Famiglie per l’Accoglienza, alla comunità Cometa di Como, a chi, come loro, accoglie i bambini che non hanno casa. Ci sono esempi concreti di gratuità che testimoniano la sorgente da cui rinasce la vita.

Ogni volta che mi confesso sono invaso dalla gratitudine per questo immenso dono. Addirittura il peccato, ciò che è oggettivamente male nella nostra vita, molto più che ogni disgrazia e malattia, può essere perdonato. Da questa esperienza nasce una straordinaria libertà, la possibilità di risalire alla luce da qualsiasi punto in cui siamo caduti. «Laddove è abbondato il peccato ha sovrabbondato la grazia» scrive san Paolo nella lettera ai Romani (Rm 5,20).

Vale la pena di ascoltare il seguito della lettera: «Che diremo dunque? Continuiamo a restare nel peccato perché abbondi la grazia? È assurdo!» (Rm 6,1). Il perdono di Dio mette dentro di noi un profondo desiderio di conversione, di cambiamento. Don Giussani ha scritto: «Moralità è guardare Cristo». Guardo Cristo domandando di amarlo, di non peccare più.

Guardo così alla silenziosità con cui milioni e milioni di persone nel mondo dicono il loro “sì” a ciò che Dio chiede in ogni momento. Guardo le persone che vivono con letizia il loro lavoro, sapendo che esso è un bene per i loro figli e per la loro famiglia. La lieta silenziosità della quotidianità è la strada che Giuseppe ha vissuto al fianco di Maria. È la strada di tanti santi, la maggior parte dei quali conosceremo solo in cielo.

Qualche sera fa, Antonello Venditti è venuto a cenare con me e i seminaristi della Fraternità San Carlo. Questi ultimi avevano preparato qualche sua canzone come omaggio. Poi Antonello si è messo al pianoforte a suonare e cantare. Mentre suonava Roma capoccia, una delle nostre cuoche romane è uscita dalla cucina per affacciarsi sul salone.

Mi ha impressionato vedere il suo viso non più giovane, ringiovanito di trent’anni ascoltando quel canto. Sembrava una bambina. Quale potere misterioso si nasconde nella musica, tale da trasfigurare un volto! Quanta bellezza nella semplicità di un canto! Viene da ringraziare Dio che esista ancora il canto, che ci sia ancora chi insegna a cantare e chi canta.

Anni fa ho intervistato Emmanuel Lévinas. Era il filosofo del volto. Mi diceva: «Il volto è innanzitutto la parte di noi più aperta, più indifesa, più libera. Il volto dell’uomo nella sua dirittura, nella sua direzione, si trova di fronte la morte. Quando guardo l’altro nella dirittura del suo volto, lo scorgo come se lui guardasse la morte. Così il volto diventa anche un appello per me, perché sulla fronte dell’altro c’è scritto non solo “tu non mi ucciderai” ma anche “tu non mi lascerai morir solo”. Questo obbligo di non lasciare solo l’altro di fronte alla morte è l’origine vera della socialità».

Ringrazio Dio dei volti degli amici, delle persone che conosco, ma anche delle persone che entrano solo per un attimo nella mia vita. Ogni uomo e ogni donna che incontro entrano a far parte di me, e non di rado scopro qualcosa sul loro volto che mi parla. I volti mi parlano della gioia, come quando vedo le giovani madri con i loro figli. Mi parlano dell’amore e anche del dolore e della fatica.

Cristo ha amato ogni briciola di umanità che incontrava. Non ci ha lasciato soli di fronte alla morte. Anche noi possiamo partecipare alla sua struggente attenzione per ogni persona, ogni dettaglio della vita, e gioirne. Proprio le cose di cui non ci accorgiamo più sono il luogo privilegiato della rivelazione del Mistero dentro la vita.

Il sole, i fiori, i colori, il perdono, il canto, i volti: essi sanno riaprire la gratitudine dentro di noi.

da il sussidiario.net

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