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di Marco Bersanelli

27/11/2009 – La frattura tra sapere e credere. Il rapporto tra la ragione e il dato. E un’evidenza imponente. Qualche giorno fa Marco Bersanelli è intervenuto alla Giornata di inizio anno di Madrid. Toccando un tema che ci riguarda tutti. Ecco il suo intervento
Marco Bersanelli.

Marco Bersanelli.

Questo tema della «divisione tra sapere e credere», che Nacho ha accennato, molti di voi l’hanno sentita quando Carrón l’ha menzionata agli Esercizi della Fraternità. Ed è interessante che questa formula «divisione fra il sapere e il credere» viene fuori da un dialogo tra alcuni dei più grandi scienziati del secolo scorso, un dialogo tra Heisenberg, Planck, Einstein e Pauli. Quattro dei più grandi uomini di scienza della storia. Heisenberg sintetizza così la questione, dice: «Le scienze naturali sono in un certo senso il modo con cui andiamo incontro al lato oggettivo della realtà. La fede religiosa, viceversa, è l’espressione di una decisione soggettiva, con la quale stabiliamo quali debbano essere i nostri valori di riferimento nella vita». Heisenberg subito aggiunge: «Devo ammettere che non mi trovo a mio agio con questa separazione, dubito che alla lunga delle comunità umane possano convivere con questa netta scissione tra sapere e credere». Quando Carrón ha citato questo episodio, mi ha colpito anche perché riguarda gente di scienza, ma soprattutto perché questa formula «separazione tra sapere e credere» dice bene di noi. Dice bene del nostro modo di sentire la realtà, di usare la nostra ragione. Sapere, perciò la conoscenza (si pensa) riguarda ciò che noi possiamo conoscere con il metodo scientifico. Quello che conosciamo è affidabile nella misura in cui il metodo con cui lo conosciamo si avvicina al metodo scientifico. La fede è invece, il regno, appunto, dei valori, di quello che il soggetto decide essere importante per sé in base a qualche sua opinione o sensibilità. Questa divisione non è solo una questione filosofica, riguarda il modo che noi abbiamo di trattare quello che abbiamo di più caro nella vita, cioè il modo in cui noi concepiamo e giudichiamo i rapporti ai quali siamo più legati: le persone a cui vogliamo bene, il lavoro, ciò che succede nel mondo, il giudizio su ciò che accade nella nostra vita. Riguarda anche il modo che noi abbiamo di trattare quell’incontro che, in qualche modo, ci fa essere qui oggi. Per molti di noi, per tutti noi in qualche modo, al di sopra di tutti gli interessi della vita, ci sta quell’incontro che ha reso grande la prospettiva della nostra esistenza. Ma questa separazione tra sapere e credere, questo indebolimento del nostro modo di conoscere ci mette in difficoltà anche con questo, con ciò che abbiamo di più caro nella nostra vita.

La prima cosa che vorrei dire, a questo riguardo, è che questa impostazione, per cui sapere e credere sono due mondi separati, non tiene. E non tiene neppure come descrizione della dinamica della ricerca scientifica. Anche nella scienza, per sapere, bisogna credere. Non basta raccogliere dei dati. Noi come prima cerchiamo di raccogliere dei dati della realtà, ma non basta registrare dei numeri, occorre dare un giudizio su ciò che questi numeri ci indicano. Il nostro satellite Planck, che Nacho prima menzionava, si trova adesso nel punto della sua orbita che era stato stabilito, a 1 milione e mezzo di km dalla terra, ed ogni secondo, ogni minuto che noi siamo qui a chiacchierare, invia verso la terra una grande quantità di dati, valanghe di dati che arrivano dallo spazio, che riguardano la intensità della luce primordiale del cosmo, che ci mostrano com’era l’universo appena nato, 14 miliardi di anni fa. Ma questi dati cosa sono per noi? Sono dei segni che indicano qualcosa in cui noi dobbiamo entrare, che dobbiamo leggere. Non c’è un automatismo fra dati e conoscenza. La conoscenza scientifica implica un soggetto umano che prende coscienza di un dato che ha davanti. Ci vuole un io che giudica. Anche quando un risultato è stato ottenuto, io devo crederlo.

Nel 1989 mi trovavo in Antartide, nel Polo sud, anche allora stavamo cercando di fare delle misure di questa luce primordiale, in un modo diverso da come li stiamo facendo adesso dallo spazio. Avevamo fatto delle osservazioni e raccolto dei dati, abbiamo fatto l’analisi di questi dati e il risultato che ci è venuto aveva un margine de incertezza molto piccolo. Questo era sorprendente perché ci aspettavamo un errore più grande. Quindi era una buona notizia, ma si trattava di capire se per caso non avessimo fatto qualche errore nella valutazione dell’incertezza. Abbiamo rifatto l’analisi in modi diversi e veniva fuori sempre questo risultato. Allora si trattava di decidere se eravamo pronti a pubblicare quello che avevamo trovato. Sono andato da George Smoot, il leader del nostro gruppo a Berkeley (un paio di anni fa vinse il Premio Nobel ed è venuto al Meeting di Rimini dove alcuni di voi l’hanno conosciuto). Gli ho mostrato l’analisi e gli ho detto: «Guarda, mi continua a venire questo risultato», e lui mi dice: «Adesso c’è una sola cosa che ti devi chiedere prima di pubblicare questi risultati: “Do you believe it?” Ci credi?». Perché nel nostro metodo noi continuamente sottomettiamo la ragione al dato, a quello che abbiamo davanti, ma alla fine sei tu che devi dire che cosa significa quel dato, c’è un uomo che deve dire questo. Il grande fisico, chimico e filosofo Michael Polanyi scrive: «Qualunque tentativo di rendere conto della scienza che non la descriva esplicitamente come qualcosa in cui crediamo è incompleto ed è una falsa pretesa. Sarebbe equivalente a pretendere che la scienza sia essenzialmente diversa da tutte le altre conoscenze umane e che sia superiore ad esse, e questo è falso. Le conoscenze scientifiche si pongono con validità universale per loro propria natura. Perciò, si devono adottare con la dovuta considerazione delle prove sperimentali, ma in fin dei conti, esse sono adesioni ultime sottoposte al nostro personale giudizio. Ad un certo punto a tutti gli scrupoli ulteriori dobbiamo rispondere, in ultima analisi, «perché credo che è così».

Quello che volevo dire quindi come prima cosa è che la conoscenza, anche la conoscenza scientifica, è un atto dell’io, è un atto della persona, è un incontro tra un soggetto e l’oggetto.
Questo è vero per la conoscenza scientifica, ed è vero a maggior ragione, o è vero allo stesso modo, per ogni conoscenza umana. È evidente che la scienza è un metodo di conoscenza potente, nel suo campo di azione, è «un grande dono che non comprendiamo né meritiamo – diceva Paul Wigner – il fatto che noi possiamo conoscere attraverso la scienza». Ma la scienza da sola, non è in grado di dire niente a riguardo e ciò che più attiene all’umano, è muta riguardo al senso ultimo, al destino, né può dire niente sul valore della singola persona. Di fatto uno può vivere benissimo senza aver studiato la scienza. Mia madre non ha studiato la scienza e può vivere benissimo, ma non si può vivere con la statura della vocazione dell’uomo senza cercare il senso della vita.

In questa mentalità per cui sapere e credere, conoscenza e fede, sono divise, separate, il credere è ridotto ad un atto irrazionale. A un puro sentimento, a uno sforzo di volontà, a un autoconvincimento riguardo a qualcosa. L’evidenza più chiara di questo è che spesso si parla di «credere» senza neanche domandarsi «a che cosa» si crede. In campo religioso si dice «sono credente», ma resta un modo di dire. Io me ne sono reso conto recentemente in una sessione di lavoro sul satellite Planck. Un mio collega, che aveva saputo qualcosa di me, ma mi conosce poco, superficialmente, si avvicina e mi dice: «Ma è vero che tu credi?». Sono rimasto un attimo sorpreso, e gli ho domandato: «A che cosa?». Allora lui era più sorpreso di me, e mi dice: «Sì, insomma, sei credente?». E io: «Credente in che?». Allora lui imbarazzatissimo dice la parola scandalosa: «Mah… in Dio?». E io gli dico: «Tu cosa intendi dire quando dici “Dio”?». A quel punto non sapeva più cosa dire, allora gli ho detto: «Pensaci e la prossima volta mi dici cosa volevi chiedermi». Cioè, si dice «credere» come se ciò in cui si crede non fosse reale. Se prima il rischio era affermare il dato senza il giudizio (pretesa del metodo scientifico di poter fare a meno del soggetto umano) qui è ancor peggio: si vuole «dare un giudizio senza il dato», si dice che si crede in qualche cosa, ma non si ha neanche la domanda di quale sia l’oggetto di questo credere. Prima dicevo che il dato senza il giudizio non è conoscenza (neanche in ambito scientifico). Adesso dico che c’è un modo di giudicare senza prendere in considerazione qual è il dato che si sta giudicando. È come uno che dice: «È una bella giornata, ma non ho neanche guardato fuori dalla finestra». Tra queste due posizioni, la seconda mi sembra quasi più assurda.

Ecco, quello che l’incontro con don Giussani ha introdotto nella mia vita è proprio questa evidenza, questa assoluta novità, sconvolgente novità. Cioè, che la fede appartiene alla categoria della conoscenza, non dell’irrazionale, e che la fede è un fattore decisivo del conoscere. L’inizio della fede è un fatto, qualcosa che io conosco nell’esperienza di un incontro. La fede è l’esperienza di una conoscenza. Giovanni e Andrea hanno fatto conoscenza con una persona che hanno visto davanti a loro, con una presenza eccezionale. Questo modo di accorgersi di quello che la fede è, cambia la vita.
La fede in questo senso, è il culmine della ragione, richiede tutto il nostro senso critico, tutta la nostra apertura razionale e affettiva, e questo è ciò a cui Carrón così insistentemente ci invita, ci sfida, con carità di padre. Perché non c’è carità più grande di quella di essere interpellati per poter entrare in rapporto con il nostro destino.

Voglio solo dire che per la mia esperienza conoscere vuol dire innanzitutto osservare qualcosa, raccogliere dei dati su una realtà fuori di noi, mettere alla prova un fenomeno o accogliere un dato imprevisto. A volte noi ci accorgiamo di cose che non cercavamo. Ciò che noi studiamo, il fondo cosmico di microonde, la luce che proviene dal fondo dell’universo, da oltre le galassie più distanti, è stata scoperta per caso. I due che l’avevano scoperta stavano cercando tutt’altro. A volte la realtà entra “a gamba tesa”, si fa vedere quando noi non la cercavamo. Ma conoscere non è soltanto raccogliere dati, richiede il nostro giudizio su ciò che abbiamo provato, su ciò che abbiamo visto. La conoscenza è sempre un incontro tra un soggetto e un oggetto, è sempre un avvenimento. Questo oggetto che noi abbiamo davanti è qualcosa di reale, è qualcosa di contemporaneo in qualche modo. Lo scorso agosto mi trovavo a Darmstadt, in Germania, stavamo analizzando i primi dati del satellite Planck. Dopo che è stato lanciato abbiamo fatto la calibrazione degli strumenti che è il momento più delicato di tutta la vicenda. C’erano tante cose che dovevamo capire, in tempi rapidi, perché il tempo stringe in quei casi. Mi ricordo che a un certo punto, quando era sorta una difficoltà ad interpretare alcuni dati, mi è capitato di avere una buona idea (e capita raramente! È vero!). Improvvisamente, con questa nuova idea, che adesso non è certo il caso di dettagliare, questa situazione di confusione aveva preso una forma diversa, era diventata semplice. Ero contentissimo, non riuscivo a dormire da quanto ero contento, ero soddisfatto, ero grato di questa piccola scoperta. Ma questo è ciò che l’esperienza ci indica: toccare un punto nuovo della realtà, un punto vero della realtà genera una soddisfazione. Ma quello di cui mi sono accorto è che questa gratitudine, questa percezione di me in quel momento assomigliava moltissimo, anzi era la stessa percezione di me che si genera quando, stando con voi o sentendo parlare don Giussani, sentendo parlare Carrón, sento parlare qualcuno che mi dice il vero su di me, sulla mia vita. Noi veramente scopriamo una presenza reale quando parliamo di Cristo. Accade come una continua scoperta. L’io è potenziato, diventa più se stesso. La realtà si semplifica, non perché i problemi sono cancellati, ma perché noi li possiamo vedere da un punto di vista più vero. Questo mi ha fatto pensare: «Ma guarda come è evidente che quella Presenza umana, quella grande Presenza che Giovanni e Andrea hanno conosciuto incontrandolo duemila anni fa, è reale, è contemporanea; altrimenti, come potrei dar ragione di questa continua novità che vedo, di questa continua scoperta, di questa realtà umana che tocco?».

La conoscenza vera cambia il soggetto che conosce, c’è qualcosa di me che non è più come prima. E se questo è vero per le cose piccole, per i particolari della scienza, figuriamoci per le cose che riguardano il destino. In ogni suo aspetto la conoscenza, approfondisce e rende più familiare l’oggetto che ho davanti, le galassie piuttosto che l’acqua, piuttosto che l’uomo. Cosa vuol dire che lo rende più familiare? Vuol dire che chiarisce, approfondisce, il nesso che quell’oggetto ha con la totalità, con il significato ultimo, e quindi attraverso quella cosa che ho visto, attraverso quel tramonto più bello che ho ammirato, io conosco qualcosa del Mistero ultimo.

Torniamo al caso citato. Noi riceviamo una valanga di dati dal nostro satellite e questi vengono raccolti in un computer che li immagazzina, a questo punto si pone la domanda: che cosa significano questi dati? Allora per poterli sintetizzare vengono analizzati, e costruiamo delle mappe dell’universo appena nato. Che cosa ci dicono queste mappe? Si può fare un’analisi statistica e cercare di estrarre i parametri fondamentali che governano, niente meno, che l’espansione dell’universo e ci possono dire qualcosa di chiaro a riguardo all’evoluzione dell’universo che dura da 14 miliardi di anni. Noi possiamo vedere quello che accadeva 14 miliardi di anni fa quando l’universo era ancora informe, iniziava a diversificarsi, a formare le strutture, le galassie; e via via che si capisce qualcosa, che si vede questo dispiegarsi del disegno cosmico, nasce un’ammirazione per quello che hai davanti, uno stupore per la bellezza, per l’ordine, per la fecondità dell’universo, per l’unità e per la varietà di quello che costituisce il tessuto del reale. Questo inizia a muovere qualcosa in te, uomo, che guardi, incomincia a cambiarti e nasce una domanda nuova di fronte a questo: «Da dove viene tutto questo?». Questa è una domanda della ragione: «Chi sei tu che fai tutto questo?». Così il percorso della conoscenza da qualunque parte cominci, se uno è fedele al cammino, s’imbatte in questa soglia del Mistero.

A volte mi sorprendo ad accorgermi di come spesso noi trattiamo il dato, i fatti eccezionali che abbiamo davanti, i «dati umani» che registriamo intorno a noi: trattiamo i testimoni che sono tra di noi, che ci indicano qualcosa, ci mostrano qualcosa di notevole, ed è come se guardassimo i dati di un esperimento senza domandarci il senso di quello che abbiamo trovato. Cioè, registriamo qualche cosa che ci colpisce, ma ci fermiamo lì. Carrón lo diceva quest’estate, e anche Nacho prima: «Il testimone non basta». Conoscere persone come Cleuza e Marcos Zerbini, conoscere tanti fra di noi che ci colpiscono (ci colpiscono vuol dire che c’è un dato notevole, che richiede una spiegazione, per la verità della loro umanità), questo ci commuove, comincia a muovere qualcosa. Ma quando veramente ti cambia? Quando noi non arrestiamo il cammino della conoscenza davanti a questi testimoni e ne seguiamo tutto lo sviluppo naturale fino in fondo. E questo quando avviene? Quando ci chiediamo da dove viene, che cosa fa sì che l’umanità di questa persona che conosco, che è un poveretto come me, sia così, che cosa rende ragione del suo cambiamento, che cosa rende ragione ultimamente del miracolo che ho davanti, dell’umano cambiato. E ancora in modo più radicale, elementare: che cosa rende ragione del mio esserci? Diceva Carrón: «Per don Giussani dire “io sono” con tutta la consapevolezza significa dire “io sono fatto”. Allora non dico “io sono” consapevolmente secondo la totalità della mia struttura di uomo, se non identificandolo con “io sono fatto”».

Non c’è niente di più evidente, e di più grande, di questa percezione di me per cui io non mi do da solo, io sono fatto da altro. Ma che cos’è questo io nell’universo? È quel punto dell’universo in cui l’universo diventa cosciente di sé. Quindi l’io di ciascuno di noi è il punto in cui il cosmo diventa coscienza di sé, è l’autocoscienza del cosmo. Quando un uomo dice coscientemente «io sono fatto, io sono tu che mi fai», quando un uomo dice così, questa è la voce dell’intera creazione che dice «io sono tu che mi fai».

leggi l’articolo da Tracce

Volantone Natale 2009


La fede ha ancora in assoluto una sua possibilità di successo? … perché essa trova corrispondenza nella natura dell’uomo. Nell’uomo vi è un’inestinguibile aspirazione nostalgica verso l’infinito. Nessuna delle risposte che si sono cercate è sufficiente; solo il Dio che si è reso finito per lacerare la nostra finitezza e condurla nell’ampiezza della sua infinità, è in grado di venire incontro alle domande del nostro essere . Perciò anche oggi la fede cristiana tornerà a trovare l’uomo.
Joseph Ratzinger

Ora con questi muscoli che non tengono, con questa stanchezza, con questa facilità alla malinconia, con questo masochismo strano che la vita di oggi tende a favorire o con questa indifferenza e questo cinismo che la vita di oggi rende, come rimedio necessario per non subire una fatica eccessiva e non voluta, come si fa ad accettare sé e gli altri in nome di un discorso? Non si può rimanere nell’amore a se stessi senza che Cristo sia una presenza come è una presenza una madre per il bambino. Senza che Cristo sia una presenza ora – ora! – io non posso amarmi ora e non posso amare te ora.
Luigi Giussani


Una presenza irriducibile

12/11/2009 – Il volantino di Comunione e Liberazione a proposito della sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo sui crocifissi

La sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo contro i crocifissi nelle aule scolastiche ha suscitato una vasta eco di proteste: giustamente quasi tutti gli italiani – l’84% secondo un sondaggio del Corriere della Sera – si sono scandalizzati della decisione.

«E voi chi dite che io sia?». Questa domanda di Gesù ai discepoli ci raggiunge dal passato e ci sfida ora.

Quel Cristo sul crocifisso non è un cimelio della pietà popolare per il quale si può nutrire, al massimo, un devoto ricordo.

Non è neppure un generico simbolo della nostra tradizione sociale e culturale.

Cristo è un uomo vivo, che ha portato nel mondo un giudizio, una esperienza nuova, che c’entra con tutto: con lo studio e il lavoro, con gli affetti e i desideri, con la vita e la morte. Un’esperienza di umanità compiuta.

I crocifissi si possono togliere, ma non si può togliere dalla realtà un uomo vivo. Tranne che lo ammazzino, come è accaduto: ma allora è più vivo di prima!

Si illudono coloro che vogliono togliere i crocifissi, se pensano di contribuire così a cancellare dallo “spazio pubblico” il cristianesimo come esperienza e giudizio: se è in loro potere – ma è ancora tutto da verificare e noi confidiamo che siano smentiti – abolire i crocifissi, non è nelle loro mani togliere dei cristiani vivi dal reale.

Ma c’è un inconveniente: che noi cristiani possiamo non essere noi stessi, dimenticando che cos’è il cristianesimo; allora difendere il crocifisso sarebbe una battaglia persa, perché quell’uomo non direbbe più nulla alla nostra vita.

La sentenza europea è una sfida per la nostra fede. Per questo non possiamo tornare con tranquillità alle cose solite, dopo avere protestato scandalizzati, evitando la questione fondamentale: crocifisso sì, crocifisso no, dov’è l’avvenimento di Cristo oggi? O, detto con le parole di Dostoevskij: «Un uomo colto, un europeo dei nostri giorni può credere, credere proprio, alla divinità del figlio di Dio, Gesù Cristo?».

Comunione e Liberazione

Mario Mauro

Vorrei spendere anche io due parole sulle vicende che hanno colpito il governatore della regione Lazio in questi giorni; in tutto quello che è uscito sulla stampa non c’è stato nessun approccio cordiale al dramma di Marrazzo, nessuno sguardo pietoso verso le debolezze di una persona che ha visto non solo la propria dignità ma anche quella dei suoi familiari e delle persone vicine calpestate.

L’uomo ama e bestemmia, uccide e perdona. Non è perfetto. In lui convivono opere di infinita carità come pure di sconfinato egoismo. Questo vale per i potenti, per i religiosi, per la gente comune. Il problema allora non è scoprire e giudicare il peccato dell’altro ma una misura comune a tutti, talmente grande da saper abbracciare il nostro limite.

Penso che continui ad esserci un’enorme confusione tra peccato e reato senza capire che il problema del peccato esiste perché esiste il problema del senso della vita. Uno percepisce che la vita ha un senso, ma essendo spesso incapace di dare fino in fondo questo giudizio rischia di sprecare il proprio tempo. Che peccato!

Il problema del peccato ha dentro di sé, cioè, il tema del desiderio e del rapporto col potere. L’esercizio del potere corre il rischio di farci sentire onnipotenti e di poter surrogare attraverso la realizzazione di tutto quello che ci passa per la mente la consapevolezza di esser finiti, destinati alla vecchiaia e alla morte; insomma anche quando pensiamo che il potere sia tutto in realtà chiediamo altro.

È questo Altro che ci definisce completamente e che solo può essere la risposta al nostro bisogno. In quest’ottica esercitare il potere vuol dire anche accettare la sfida di comprendere che non siamo noi la risposta ultima ai bisogni dell’uomo, men che meno ai nostri bisogni.

Fare politica ha allora un senso? Sì, se guardiamo a quei fattori che tornano a farci comprendere il mistero dell’esistenza e del rapporto con gli altri uomini. Solo così è possibile guardare in modo più profondamente umano e vero anche al nostro peccato, e quello dei nostri simili, e per questo abbracciare con rispetto la nostra sproporzione.

Il mio auspicio è che gli scandali di questi mesi servano ad aprire un dibattito serio e costruttivo sulla “questione morale”, che vada oltre il gioco dei ricatti, un momento per riconoscere le nostre debolezze, e senza farci scudo di esse, innescare una tensione positiva soprattutto nella politica per ricondurla al suo senso originario: il bene del popolo.

Se insomma ci mettiamo in discussione di fronte a quello che è accaduto, non potremo non trattarci con maggior rispetto, certi di essere non migliori degli altri ma tesi al raggiungimento del bene comune.

da il Sussidiario.net

L’INCONTRO. Il sacerdote spagnolo, presidente della Fraternità di Comunione e liberazione, al S.Barnaba per «Saulo»
L’erede di don Giussani alla guida di Cl: «L’avvenimento cristiano libera la ragione dai suoi limiti, li sfida»

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Una «lectio magistralis» sulla conoscenza secondo San Paolo. Un discorso attraversato da una tensione intellettuale e spirituale alta sul rapporto fra fede e ragione, e sulla ragionevolezza di una fede basata sull’incontro con Cristo e sull’esperienza dello Spirito.
La prima volta di don Juliàn Carròn a Brescia non è stata per incontrare il movimento di Comunione e liberazione, di cui è guida spirituale, ma per offrire a tutta la città una riflessione teologica impegnativa e profonda. L’erede di don Giussani alla guida di Cl, sacerdote e teologo spagnolo di 59 anni che don «Gius» designò come proprio successore nel 2004, un anno prima di morire, è stato ieri sera al San Barnaba, invitato dal Comune nell’ambito delle iniziative collaterali legate alla mostra sul «Volto di Saulo» aperta a Santa Giulia fino all’8 novembre.
In una sala di San Barnaba gremita, presenti numerose autorità civili e un significativo pezzo della giunta comunale, il sindaco di Brescia Adriano Paroli (che del movimento di Cl fa parte) ha accolto don Carròn e sottolineato gli echi che un volto, e il volto di Saulo, sanno evocare. Massimo Tedeschi, giornalista di Bresciaoggi, ha introdotto l’incontro ricordando il valore artistico e spirituale di alcune opere esposte in Santa Giulia, e ha presentato al pubblico bresciano don Carròn evocando il pathos creato fra migliaia di giovani dalla sua lezione al meeting di Rimini di agosto.
Il leader di Cl ha affrontato il tema della conoscenza in San Paolo partendo dall’esperienza sulla via di Damasco, dove Saulo incontra Gesù e «ne fa esperienza come del Risorto». È lì che scatta la conversione di Paolo. Non una conversione in senso classico, moralistica: «Paolo non era un peccatore, un agnostico, un empio che cambia vita. Era anzi un ortodosso, un cultore della Legge». Ma l’incontro col Risorto lo cambia, «lo costringe a rivedere tutte le categorie fondamentali del suo pensiero», diventa per lui «un nuovo criterio valutativo», base di una «nuova conoscenza».
Se tuttavia l’esperienza che Paolo fa di Cristo è eccezionale, unica, quali altre vie si offrono per conoscere Cristo? La risposta la offre lo stesso Paolo scrivendo ai Galati che egli aveva convertito ma che erano esposti alle sirene di nuovi predicatori. Come fa a Paolo a convincere i Galati della bontà della «sua» predicazione? Da un lato fa appello all’autorevolezza ad essa riconosciuta dalle «colonne della Chiesa che è in Gerusalemme» (Pietro, Giovanni e Giacomo), dall’altro fa leva sull’esperienza stessa che i Galati avevano fatto della potenza dello Spirito. «Così, basandosi sulla propria esperienza, i Galati possono decidere ragionevolmente sul quale sia il vero Vangelo. È l’esperienza a rendere trasparente la verità del Vangelo che Paolo ha predicato loro. L’esperienza umana dimostra l’efficacia della fede, la convenienza umana della fede. Niente – dice don Carròn – è meno cristiano di una adesione alla fede che non sia ragionevole». È in questo senso che «l’avvenimento cristiano libera la ragione dai limiti della cultura, e anzi sfida questi limiti. Altro che sentimentalismo, o adesione alla fede senza la ragione». Perchè – conclude Carròn – «conoscere è aprirsi», e quella cristiana a Gesù «è un’adesione pienamente ragionevole».

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