Don Giussani tutt’altro che clericale

Massimo Camisasca ha scritto la seconda parte – Don Giussani. la sua esperienza del mondo, dell’uomo, di Dio (edito sempre per le Edizioni San Paolo, pp. 300, € 14,00) – della storia di Cl. E questo secondo saggio è, di fatto, un ritratto nitido e rigoroso di quel grande prete e intellettuale cattolico che fu don Luigi Giussani, l’anima di Comunione e liberazione. Guai a definirlo “fondatore”, Giussani è stato infatti un testimone di Cristo dotato di una rara intelligenza critica. Tanto che andrebbe inserito – e lui sarebbe d’accordo – nel ristretto gruppo dei laici antipelagiani, dei libertari cattolici. La sua idea di ragione era in fondo lo spaccato di questa coscienza autenticamente laica, votata ad aprire il panorama dei problemi, piuttosto che a chiudere le questioni umane in una gabbia d’acciaio. Lo slogan, acutissimo, di questo grande libertario in tonaca fu, infatti, sempre lo stesso: laico, cioè cristiano. Si potrebbe anche rovesciare e, in questo come in altri casi, rovesciando l’ordine degli addendi, il risultato non cambia. L’aggettivo “laico”, in Italia, da aggettivo qualificativo (di qualcosa, comunque da definire bene) è diventato sostantivo assolutamente irrelato, tutto in un gioco dialettico durissimo: laici versus cattolici. La “sindrome di Porta Pia”. Ma Giussani ha sempre combattuto e contrastato questa deriva, fino a costruire un vero e proprio pensiero, una cornice culturale finissima.
In un’intervista a cura di Angelo Scola, attuale Patriarca di Venezia, per la rivista cattolica 30 Giorni che recava il significativo titolo “Il potere del laico, cioè del cristiano”, don Giussani dimostrava quanto di ideologico vi sia in una lettura ideologica e progressista del Vaticano II, ritematizzando originalmente la categoria di “laico”. Se in fatti la dimensione della “laicità” perde il connotato paolino della “creatura nuova” alla ricerca della verità, l’unica “uscita di sicurezza” è il potere onnipotente dello Stato, che diventa ben più che il “deus mortalis” di Hobbes, si fa garanzia assoluta di esistenza. L’uomo, a questo punto, non è più libero, perché voluto da qualcuno che lo ama di più del padre e della madre, ma è uno schiavo volutamente sottomesso al potere. Un connotato tutto sommato pasoliniano interviene in questa lettura della realtà umana: il Potere è sempre altro dalla Vita e, quando si va a cercare la tutela della vita senza la consapevolezza di essere liberi, si finisce nel gorgo del nulla.
Tutto il vero pensiero libertario – dalla “servitù volontaria” di De la Boètie a Cornelius Castoriadis, per finire all’altro grande “cristiano anarchico” Jacques Ellul, senza tralasciare il grandissimo Ivan Illich – va in questa direzione: o la libertà è drammaticamente impegnata nella storia e, dunque, segno di umanizzazione della stessa, oppure vince il regime dell’esilio dalla vita, e i totalitarismo hanno tutti questa radice demonica. Giussani aveva questa statura e richiamarlo, oggi, equivale, non tanto a recuperare solo l’anticipatore del Vaticano II, ma, ben più radicalmente, a riscoprire l’enorme ventaglio delle possibilità creative del pensiero che si traduce in azione: il tutto, anche quando vediamo solo “uomini e rovine”. Giussani – come si evince dalle pagine di Camisasca – còlse la potenza disgregatrice della modernità in balìa di se stessa, priva di baricentro, senza centro: il suicidio della modernità è l’assenza di referenti ulteriori, di accenti diversi, estranei alla tecnicizzazione e alla meccanizzazione concepiti come destino ultimo e intrascendibile dell’uomo. In questo contesto, non c’è più domanda vera di senso, non c’è più dramma, domina la rassegnazione e, ultimamente, la disperazione. Ciò può accadere anche quando si viva in una democrazia proceduralmente “perfetta”, in uno Stato socialdemocratico, in un Welfare nordico.
Osservava Giussani nell’intervista citata: «L’uomo contemporaneo, dovendo pur vivere, e con un minimo di ordine, finisce per conferire allo Stato un potere esorbitante, quasi divino. Sia lo Stato assoluto di matrice hegeliana, sia l’odierno Stato social-radicale finiscono per riassumere e interpretare tutte le motivazioni di stima, onore, speranza e guida degli uomini d’oggi». Il totalitarismo – soft oppure hard, il risultato non cambia – presenta sempre questi connotati e il Vaticano II, in dialogo con la modernità già esausta, frutto di un illuminismo ormai sfinito, era già in ritardo rispetto a queste anticipatrici riflessioni giussaniane. Riflessioni di un cattolico libertario che pesca soprattutto nella chiave critica di Charles Péguy, dunque si colloca oltre qualsiasi forma di clericalismo, sia esso laicista e/o cattolicogerarchico; nichilista e/o statolatrico (la statolatria non è altro che volta contro il mondo moderno”, per dirla con Julius Evola. Attraversare il Moderno, con luci nuove, per recuperare la verità dell’esperienza moderna, dell’umanità integrale dell’esperienza moderna. Una condizione, più che una storia astratta.
Il “potere” del laico riposa proprio nel dramma di questa ricerca, e la fede è l’apice di un nuovo inizio, non un dogma rassicurante. Ecco perché questa laicità riequilibra la vicenda della modernità, senza complessi di inferiorità e si permette il lusso di valorizzare anche lo Stato, perché lo Stato “ateo” non esiste, c’è sempre qualche principio a sostenerlo e questo sistema di princìpi lo definisce e lo limita, evita, dunque, la divinizzazione del Leviatano, la statolatria. Più laico di così… Questa percorso spacca la cornice del politicamente corretto e recupera forme di umanità e di cultura sempre massacrate dal vizio ideologico illuministico e giacobino. Qui si riprende il Medioevo – quello ricordato anche da Umberto Eco per il gruppo Repubblica-Espresso, oggi disponibile in forma enciclopedica in tutte le edicole – perché laico fu anche Tommaso d’Aquino, quando mise seccamente in discussione lo statuto della teologia e addirittura l’esistenza di Dio (il trionfo dell’argomentazione logica), e laici furono i monaci benedettini, ricostruttori della civiltà occidentale, assaltato dai barbari e dalla decadenza dei costumi (i frutti di una civiltà a misura d’uomo).
Sabato scorso, guarda caso, un lettore de Il Foglio – Mauro Grimoldi di Carate Brianza – ricordava a Giuliano Ferrara le radici «caritatevoli e libertarie del Medioevo», che potevano sussistere nello spazio materiale del convento come rifugio: senza questa presenza di memoria umana e di bontà edificatrice, interamente a-ideologica, si squaglierebbero i legami comunitari di qualsiasi Repubblica, anche di quelle a parole “fondate sul lavoro” (realtà impersonale, appunto). Da tempo viviamo, come diceva Giussani, «in un’epoca dispotica, in cui la persona non esiste più e non può neanche rifugiarsi in chiesa, come allora… ». Eravamo, allora, negli anni Ottanta del secolo ormai alle nostre spalle e il disincanto nei confronti di un certo Occidente utilitaristico era al top in queste riflessioni. Non c’è infatti crollo di muri che tenga, quando la persona è sfigurata e la libertà diventa materia di contrattazione. Hobbes inventò il Leviatano per creare il mercato parallelo delle libertà individuali: tu mi dai un’oncia di libertà, e io ti proteggo, stai tranquillo. Invece, Giussani diceva sempre ai suoi: non siate mai tranquilli. Un cattolico libertario. E laico. Appunto.

R. Iannuzzi

Tratto da “Il Secolo d’Italia” del 27 febbraio 2009 pagina 8

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