Silvio e Anna, vivere in una Fiat Punto e morire per la nostra indifferenza

venerdì 2 settembre 2011

Borgaro è un paesino della cintura torinese, senza bellezze artistiche o di paesaggio. Semplicemente comodo, per andare e venire dalla città, e abbordabile come prezzi, tanto da mettere da parte un po’ di soldi. Avevano fatto fortuna i Garino, Silvio e Anna Maria. Un’azienda agricola, poi un bar nella vicina Ciriè, negli Anni 80 da bere. Poi qualcosa è andato storto, hanno cominciato a vendere, poi a svendere, e sono finiti sfrattati da un modesto alloggio per non riuscire a pagare l’affitto. Qualche giorno in una pensioncina, e poi la macchina, una Punto che restava l’unico riparo, per i due fratelli ormai anziani, troppo orgogliosi per chiedere aiuto ai servizi sociali. Silvio l’altra notte è uscito dall’abitacolo, per far pipì, e al ritorno si è piegato su di sé, un dolore forte al petto, un infarto. La sorella balbettando ha chiamato e poi atteso al suo fianco, sul sedile anteriore della loro ultima casa, che arrivasse il 118.

Non ci interessa sapere perché mai una famiglia facoltosa sia caduta in miseria. Capita. Perché non avessero altri legami che quello fortissimo, esclusivo, di fratelli: non figli, nipoti, parenti, disposti a sostenerli, perché ai Garino bastava poco: una pizza un giorno sì e uno no, chiedendo a qualche conoscente, come per caso, una trentina di euro “perche la banca era chiusa, fino all’indomani”. Capita. E commuove la dignità, al limite della sconsideratezza, in un tempo di elemosinieri di qualsiasi strato sociale.

Interessa di più capire che sta succedendo alle nostre comunità, se possiamo ancora chiamarle così, com’è possibile che due persone note, tra le più ricche pochi anni orsono di un piccolo paese, siano potute crollare e sparire ed essere del tutto dimenticate. Che nessuno si sia accorto del loro vagare in cerca di parcheggi per la notte; che nessuno si sia chiesto, al di là del fastidio immediato, del perché di quei pochi spiccioli domandati in giro, come per caso, appunto. Capiamo le giustificazioni del sindaco, degli assessori: non sapevamo. Capiamo meno i vicini, la gente, noi: quante volte ci siamo interrogati sull’indifferenza, la svagatezza colpevole, il cinismo egoista che ci chiude nelle nostre casette, attenti all’erba del giardino e al paragone col giardino accanto, nulla più.
Un buon tema da sociologia spicciola. Il paese, in una crisi di cui non comprendiamo coscientemente la portata, chiede sacrifici, impone tagli pesanti. La quadra non si trova, solo perché ciascuno pensa alle proprie tasche, ai propri “diritti”, che sono in realtà anacronistici privilegi. Si può andare in pensione a 40 anni, in questo paese; si può percepire doppie pensioni; si può protestare e lottare per un campanile, per una bandiera issata sul municipio, cioè per un’identità. Dimenticando che l’identità di un popolo è fatta anche di sensibilità, di accoglienza, di un’appartenenza che ci lega, ci affratella. Finché i poveri sono stranieri, venuti da lontano, e li releghiamo in un profondo sud indifferenziato, possiamo allargare le braccia, emettere un sospiro, scuotere il capo, dirci l’un l’altro che in fondo hanno poca voglia di lavorare. Se siamo cresciuti con loro, abbiamo bevuto il caffè raccontandoci la giornata, è altra cosa. E che c’entra la crisi e la manovra economica con la storia dei fratelli Garino? C’entrano, come centra la percezione, confusa, ma umanissima, che rinunciando a qualcosa si può dare un’opportunità a chi non ha più nulla. O ai nostri figli, cui sprezzantemente neghiamo il futuro.
da "il sussidiario.net"

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