“Ma se Cristo non è risorto, vuota allora è la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede” (1 Cor 15,14s)
La fede cristiana sta o cade con la verità della testimonianza secondo cui Cristo è risorto dai morti. Se si toglie questo, si può, certo, raccogliere dalla tradizione cristiana ancora una serie di idee degni di nota su Dio e sull’uomo, sull’essere dell’uomo e sul suo dover essere – una sorta di concezione religiosa del mondo -, ma la fede cristiana è morta. Gesù in tal caso non è più il criterio di misura; criterio è allora soltanto la nostra valutazione personale che sceglie dal suo patrimonio ciò che sembra utile. E questo significa che siamo abbandonati a noi stessi. La nostra valutazione personale è l’ultima istanza. Solo se Gesù è risorto, è avvenuto qualcosa di veramente nuovo che cambia il mondo e la situazione dell’uomo. Allora Egli, Gesù, diventa il criterio, del quale ci possiamo fidare. Poichè allora Dio si è veramente manifestato.

Benedetto XVI

L’avvenimento non identifica soltanto qualcosa che è accaduto e con cui tutto è iniziato, ma ciò che desta il presente, definisce il presente, dà contenuto al presente, rendo possibile il presente.
Ciò che si sa o ciò che si ha diventa esperienza se quello che si sa o si ha è qualcosa che ci viene dato adesso: c’è una mano che ce lo porge ora, c’è un volto che viene avanti ora, c’è del sangue che scorre ora, c’è una risurrezione che avviene ora. Fuori di questo “ora” non c’è niente!
Il nostro io non può essere mosso, commosso, cioè cambiato, se non da una contemporaneità: un avvenimento. Cristo è qualcosa che mi sta accadendo.
Allora, perchè quello che sappiamo – Cristo, tutto il discorso su Cristo – sia esperienza, occorre che sia un presente che ci provoca e percuote: è un presente come per Andrea e per Giovanni è stato un presente. Il cristianesimo, Cristo, è esattamente quello che fu per Andrea e Giovanni quando gli andavano dietro; immaginate quando si voltò, e come furono colpiti! E quando andarono a casa sua… E’ sempre così fino adesso, fino in questo momento!

Luigi Giussani

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TE DEUM “Canterò eternamente la Tua misericordia, oh Signore”.

PADRE ALDO TRENTO mail 31 dicembre 2010 TE DEUM “Canterò eternamente la Tua misericordia, oh Signore”.

Pubblicato ildicembre 31, 2010 dalugopress

Guardando quest’anno che mi è stato donato, come tutti i 64 anni che appartengono già alla mia storia, una storia piena di miserie, di fragilità e di grazia, queste parole del salmista escono, quasi come un singhiozzo di allegria, dal mio cuore.

Quando mi ordinarono sacerdote, guardando la mia debolezza, la mia disubbidienza, la mia incapacità intellettuale, misi nel santino, ricordo, la frase di San Francesco di Assisi: “Accettami come sono e fammi come vuoi.”

Quando compì i 25 anni di sacerdozio quasi 15 anni fa, lasciai agli amici come ricordo: “Canterò eternamente la Tua misericordia, Signore”

Che cosa c’è di più commovente, di più umano, alla fine di ogni anno, come di ogni giorno, riconoscere che la misericordia del Signore non solo è eterna, ma forma la ragione stessa del mio essere, del mio esistere! Che cosa ci può essere di più bello alla fine di questo anno, pieno di fragilità, di miserie, che il poter riconoscere come San Paolo “Dove abbondò il peccato, sovrabbondò la grazia!” Che grazia, Dio mio, riconoscere che sono peccatore, riconoscere che ti facesti, Dio mio, uomo grazie ai miei peccati; riconoscere che se io fossi stato un essere coerente, perfetto, onesto, buono, carico di valori, Tu, oh Dio mio, non ti saresti fatto carne per me e per i miei fratelli peccatori!

Che stupore, Signore, vederti scendere dal cielo e prendere la mia carne, il mio sangue, i miei peccati, per mostrarmi quanto io sia peccatore ai tuoi occhi, quanto grande è la Tua stima per me, perché io sono Tuo, come ci ricorda il profeta Isaia! Che dolore Oh Gesù, mi provocano quegli uomini che per eliminarti della propria storia, si affannano a costruire sistemi perfetti per annullare la Tua presenza nel mondo dei peccatori!

Che angoscia, oh Gesù, provo giorno dopo giorno, quando i miei fratelli, perfino sacerdoti come me, preoccupati di proporre una morale, un’etica, un compromesso sociale, convinti che questo è il cristianesimo, dimenticano che il cristianesimo sei Tu, oh Gesù, presente oggi tra e con noi!

Perché, oh Gesù, abbiamo vergogna di Te, la Chiesa ha vergogna di Te? Perché, oh Gesù, non prendiamo sul serio le reiterate parole del Santo Padre che invitano alla conversione, conversione che significa dire “Tu oh Cristo mio”?

Perché, come abbiamo ascoltato in questi giorni dalla bocca di chi “governa” questo paese, non riconosciamo che non stiamo ormai nell’Antico Testamento aspettando il Messia, il mondo nuovo, ma che il mondo nuovo è un fatto, un Presente? Perché non riconoscere la Tua Presenza che agisce oggi nella Chiesa, casta meretrice, nei tratti di migliaia e migliaia di persone che sono il segno vivo della Tua Presenza?

La cristianità non è qualcosa che comincia ora, come ideologicamente afferma una certa teologia della liberazione nel nostro paese perché finalmente ha raggiunto il potere, ma da 2000 anni è un Fatto Presente.

Il bambino non deve nascere, è nato, nasce ogni momento nella santità di chi ti riconosce, oh Cristo, come la ragione ultima della vita, il fine ultimo dell’esistenza.

Per questo motivo in questo fine d’anno il mio cuore e quello di molti amici, gli amici di Gesù, come definisce il Papa i cristiani, vogliamo ringraziarti perché a causa dei nostri peccati ti sei fatto carne per me e per ogni uomo.

Oh Gesù, ti prego affinché finisca in me ed in tutti lo scandalo per le nostre miserie, finisca in noi la mania dei valori, l’orgoglio di essere i primi della classe e di essere i protagonisti, senza Te, dell’utopia di un mondo migliore.

Oh Gesù, ti prego affinché la Tua grazia mi illumini, ci illumini per prendere coscienza che l’ideale per il quale vivere non è la coerenza ma l’appartenenza a Te, come un bambino appartiene ai suoi genitori e in questo modo cresce felice.

Questo anno è stato grande perché grande è stata l’esperienza della Tua infinita misericordia che nella confessione settimanale o più volte nella settimana, diventò palpabile, visibile, riempiendomi di gioia.

Signore “Io non sono degno che Tu entri nella mia casa, ma basta una tua parola e la mia anima sarà guarita.”

Per questo motivo le parole che più mi hanno commosso durante quest’anno sono state quelle del sacerdote che spesso tracciando su me il segno della croce mi diceva: “Io ti assolvo dai tuoi peccati, nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, Amen.” “Te Deum laudámus: te Dóminum confitémur… In te, Dómine, sperávi: non confúndar in ætérnum”.

P.Aldo

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Il nostro enorme bisogno del bello

È quasi scandalosa la risposta di don Giussani a quella missionaria che si sentiva impotente di fronte a tutta la sofferenza dei suoi bambini: non dimenticarti di ciò che ci meraviglia e commuove, è memoria di Dio
di Marina Corradi
Ho conosciuto una donna che fa la missionaria con i bambini di una terra sperduta dell’Est. Mi ha raccontato di figli abbandonati e madri sole, in un paese che ha perso quasi ogni memoria cristiana. La ascoltavo e cercavo di immaginare le sue giornate in quel posto lontano, dove l’inverno dura sei mesi e gli uomini vengono educati semplicemente a sopravvivere. A un certo punto mi è venuto istintivo domandare: ma di fronte a tanta solitudine e dolore non ti senti mai impotente, mai travolta, visto che ciò che puoi fare è comunque una goccia nel mare? (Glielo ho chiesto nel ricordo di un viaggio, anni fa, in Moldavia, quando il numero e lo stato di abbandono dei bambini di strada mi erano parsi una tale mole di sofferenza da portare inevitabilmente alla disperazione). Lei ha afferrato subito il senso della mia domanda, che in questi anni laggiù deve essersi ripresentata davanti tante volte, ora impellente, ora freddamente quieta. «Sì, accade di vedere la tua impotenza. Accade di entrare in un orfanotrofio dove cento bambini ti si accalcano attorno e ti domandano qualcosa; e allora capisci che ciò che puoi dare, comunque, non basterà mai».
Succede anche a te allora, ho detto, più attenta, come avessi incontrato una compagna di strada. E dimmi, che risposta ti sei data? Lei ha detto che non aveva saputo darsi risposta, e che dunque scrisse a don Luigi Giussani. Lui rispose. Una lettera non troppo lunga, e dei soldi, una discreta somma. Cara A., diceva, ti mando questo denaro perché tu ti compri qualcosa che sia per te molto bello. Ricordati: perché tu possa continuare a dare agli uomini che incontri, è essenziale che tu non perda il gusto del bello.
Una risposta che stupisce, soprattutto se viene da un prete. La risposta ovvia sarebbe stata una beneficenza per i poveri, e l’esortazione a mettere da parte il pensiero della propria impotenza, seme possibile di disperazione. E invece no: Giussani alla missionaria in una terra desolata diceva di badare, prima di tutto, a «non perdere il gusto del bello».
Abituata a un cristianesimo moralista e pauperista, questa risposta mi è sembrata dapprima quasi scandalosa. Poi ho capito. Ricordati, quando hai davanti abbandono e solitudine, ciò che è profondamente bello. (Le Dolomiti in un’alba d’estate, lo sguardo limpido di un bambino, i colori di un quadro di Giotto, ma anche la gatta che cova fiera i suoi gattini). Conserva il gusto del bello. Non dimenticarti mai di ciò che ci meraviglia e commuove. Perché la bellezza è orma di Dio, segno lasciato dalla sua mano. Di ciò che è bello abbiamo bisogno quasi più che del pane. Ogni bellezza è memoria di Lui, lasciata scritta, come smarrita su questa terra – lasciata lì perché noi vediamo. È il fiore che sboccia in alta montagna, fra le crepe delle rocce, dove non lo vedrà nessuno se non forse un gitante, come per caso, un mattino. E dirà fra sé: a cosa serve un fiore qui? Tanta bellezza, per chi? Per te che passi, per te che l’hai visto e ti sei fermato. È un’orma. È la Bellezza che lascia traccia di sé, perché affascinati la seguiamo.

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Quando il lavoro riesce a rendere libero chi non lo è più

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Volantone di Natale 2010


Per noi Dio non è un’ipotesi distante, non è uno sconosciuto che si è ritirato dopo il “big bang”.
Dio si è mostrato in Gesù Cristo. Nel volto di Gesù Cristo vediamo il volto di Dio stesso parlare con noi.
Benedetto XVI

Giovanni e Andrea avevano fede, perchè avevano certezza in una Presenza sperimentabile: quando erano là a casa sua seduti, verso sera, a guardarlo parlare, era una certezza in una Presenza sperimentabile di una cosa eccezionale, del divino in una Presenza sperimentabile.
Invece che Lui coi capelli al vento, invece di guardarlo parlare con la bocca che si apre e si chiude, ti arriva addosso con le nostre presenze, che siamo come la fragile pelle, le fragili maschere di qualcosa di potente che è Lui che sta dentro.
Luigi Giussani

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Chi dice no al federalismo fiscale regala il sud alla mafia

INT.
Giancarlo Pola

mercoledì 12 maggio 2010

Il documento preparatorio della Cei della 46ma Settimana sociale dei cattolici italiani è assai critico verso il federalismo. In esso si criticano «decisioni-manifesto fragili sul piano dell’architettura istituzionale» e c’è l’invito ad evitare gli «effetti perversi» di un «federalismo per abbandono». Il timore in altre parole è che la riforma spacchi il paese, contaminando di egoismo la costruzione del bene comune, a scapito della solidarietà e della sussidiarietà. È proprio così? Risponde Giancarlo Pola, docente di Scienza delle finanze.

Professore, qual è la sua opinione in proposito?

Quella dei vescovi, dei quali ho il massimo rispetto, mi pare un’opinione discutibile. La mia impressione è che confonda la carità cristiana con argomenti seri che in tutto il mondo federalizzato sono preminenti. Nulla toglie che un mondo a federalismo compiuto, come quello tedesco, conservi intatto il ruolo e i benefici che derivano dall’azione dello stato centrale. Come potrebbe benissimo raccontare Georg Milbradt, presidente della Sassonia dal 2002 al 2008 è solo grazie al bilanciamento di sistema federale e «centralismo buono» che la Sassonia ha potuto imboccare la strada della crescita economica. Il federalismo serve per cambiare le cose e non dobbiamo secondo me tarpargli le ali prima che manifesti i suoi effetti.

Cosa intende dire?

Che fare obiezioni ad un federalismo mal compreso e non ancora applicato sortisce paradossalmente l’effetto di difendere lo status quo: quello del sottosviluppo e dello spreco, frutto degli effetti perversi del vecchio centralismo. Il federalismo non è la bacchetta magica in grado di risolvere i mali del sud, ma un sistema che alimenta e si alimenta di responsabilità. Non è poca cosa.

I Vescovi sono preoccupati che il sud del paese sarà lasciato a se stesso.

Qualsiasi iniziativa le regioni più povere vorranno intraprendere a favore della modernizzazione del sistema o della sua difesa nei punti più delicati – a fronte del fenomeno dell’immigrazione per esempio – sarà aiutata dal governo centrale. Quello che non capisco è l’incapacità di parlare di federalismo al di fuori di un approccio «pendolare», che vede da una parte o la prevalenza su scala ridotta del governo centrale, o una deriva territorialista.

In effetti sono molti i dubbi che vengono avanzati. La bozza di documento dei vescovi esplicita il timore che il federalismo spezzetti quel che rimane del senso di coesione sociale e comunitaria del paese.

Secondo me c’è anche un fattore culturale. Sembra che non si possa affrontare in Italia il tema del federalismo al di fuori di sfumature moraleggianti o etiche. E lo dico da cattolico. Ma questo ci porterebbe verso altre considerazioni.

I vescovi parlano del rischio di un «federalismo per abbandono».

L’unica cosa che viene abbandonata è la mancanza di responsabilità come criterio di gestione della cosa pubblica. Anche in Spagna si è fatto il 75 per cento di perequazione del totale delle spese, che sembra essere un buon traguardo anche per noi. Garantiremo comunque una perequazione al 100 per cento delle spese fondamentali, il che vuol dire che i miliardi del welfare, della sanità e dell’istruzione saranno tutti garantiti. Se le restanti spese saranno perequate al 90 per cento, non si può parlare di federalismo di abbandono. Teniamo presente che la civilissima Svizzera è arrivata a perequare all’85 per cento.

Professore, traduca per il comune mortale. Cosa vuol dire perequazione?

Vuol dire garanzia della disponibilità di risorse, o sotto forma di spese dimezzate, o sotto forma di disponibilità di entrate. Dipende da come lo si interpreta: l’articolo 119 prevedeva una perequazione della disponibilità fiscale, invece poi l’attuazione della legge sulla perequazione, la 42, ha privilegiato la perequazione della spesa. Tradotto, lo stato dice alla Regione: non ti garantisco che avrai in tasca il 90 per cento dei soldi che avranno in media tutti, ma ti garantisco che comunque tu, Regione, decida di spenderli nelle spese fondamentali, sarai coperta al 100 per cento.

Che cosa garantirà che con il federalismo a regime – federalismo di cui ancora non conosciamo i decreti attuativi – non sarà il sud a rimetterci, cadendo in mano alla criminalità e all’abbandono?

Ma nessun sistema fiscale e istituzionale garantisce meccanicamente la moralità degli amministratori della cosa pubblica. La garanzia in questo caso sta nel rafforzamento del senso di responsabilità della classe amministrativa e politica più che nella tecnica di distribuzione delle risorse. Garanzie non credo che ce ne siano mai in nessun caso da questo punto di vista. E comunque, il periodo transitorio sarà sufficientemente lungo.

Cosa accadrà in altre parole nel periodo transitorio?

Nel periodo transitorio accadrà che le risorse verranno distribuite in modo sempre meno simile a quello del passato, e sempre più in base ai reali fabbisogni, calcolati secondo parametri oggettivi.

I parametri previsti dai costi standard?

Sì, anche se a livello locale provinciale saranno non costi standard in senso tecnico specifico, quanto fabbisogni standardizzati: tot bambini necessitano di tot spesa comunale. Ma le dirò di più: alla fine non è detto che il sud ci rimetta, perché quando si andranno a misurare i fabbisogni delle regioni povere, può darsi che il complesso delle risorse che spetteranno alle regioni meno dotate sia anche superiore a quello delle risorse di cui dispongono oggi!

Professore, semplifichiamo ancora il meccanismo dei costi standard.

Se la media italiana è per ipotesi di 30 dipendenti pubblici per 1000 abitanti, non può essere che a Rovigo ce ne siano 20 mentre da qualche altra parte, e dove non è difficile immaginare, ce ne siano 50. Non sarà più possibile perché quella spesa supplementare non sarà più tollerata.

Chi determinerà i costi standard ai quali le Regioni al nord come al sud dovranno uniformarsi?

È quello che sta facendo la Commissione paritetica, d’intesa con le Regioni. I costi standard saranno presentati a breve, entro giugno, dopodiché ci vorrà l’accordo in Conferenza Stato Regioni.

Quando si parla di federalismo sembra che ci sia un fantasma ineliminabile: quello del centralismo su scala ridotta. È così?

Ritengo che non dipenda dal federalismo in sé, ma che sia una deformazione indotta dai comportamenti di alcune autorità regionali negli ultimi anni. In certe Regioni in effetti esiste una tendenza al comportamento centralizzante, ma è una questione politica: dipende da quanto sono forti o deboli (o non sussistono affatto) i meccanismi di collaborazione tra enti locali maturi, e dalla strutturale tendenza della burocrazia ad imporre la sua presenza e il suo controllo.

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Il lavoro è per risuscitare

di Pigi Colognesi

In una veloce riunione di redazione a ilsussidiario.net facciamo l’ipotesi che l’editoriale di oggi abbia come tema il lavoro, dato che domani è il primo maggio. Comincio a pensarci su mentre vado in biblioteca – un’importante biblioteca pubblica di Milano – per cercare un libro che mi serve, appunto, per il mio lavoro.

Sto compilando i moduli necessari per l’ingresso e l’impiegata che ho di fronte dice, tra l’affranto e l’astioso, alla sua collega: «Non è il lavoro che mi dà fastidio. Sono le persone che mi scocciano». Mi suona falso e riduttivo e vorrei capire perché. Decido che l’editoriale prenderà spunto da qui.

Per prima cosa mi torna in mente che quando, in attesa di un volume, mi è capitato di ascoltare i colloqui degli impiegati in quella biblioteca, l’argomento era spesso il lamento verso qualche collega, assente ovviamente, o capo: quello ha lasciato la postazione in disordine, quell’altra è arrivata in ritardo, il boss ha ingiustamente definito le ferie e via lamentandosi. Ma, tutto sommato, questo mi sembra sufficientemente normale. Ogni convivenza, soprattutto quando non è scelta, ha le sue spine e ruvidezze.

Poi ho pensato che anch’io, come utente, in fondo sono uno che scoccia, perché pongo un problema, ho un’esigenza, interrompo una lettura o un discorso, sono un fattore di disturbo rispetto a un programma stabilito. Ma così si può dire di ogni rapporto lavorativo.

E, se dà fastidio una persona e quindi la si tratta male, immaginiamoci cosa possa succedere con le cose che, a differenza degli uomini, non si lamentano neppure. Capisco bene, allora, da dove deriva la sciatteria di tanti ambienti di lavoro, quel brutto disordine che denota assenza di rispetto per le cose e per la bellezza dei loro equilibrati rapporti.

Torna in mente la grande lezione che François Michelin aveva tenuto al Meeting di qualche anno fa. Il patron della fabbrica di pneumatici aveva stupito tutti esponendo il principio in base al quale faceva tutte le sue scelte economiche e organizzative: il rispetto del dato. Ogni lavoro, diceva, è un rapporto che si prende con qualcosa di diverso da sé, di preesistente alle proprie immaginazioni, calcoli, previsioni.

Lavorare – e avere successo nel lavoro – significa piegarsi a questa irriducibile e feconda alterità: il collega, l’operaio, il fornitore, il cliente. Persino la materia prima; sì, perché l’uomo non è creatore, come Dio, e può modellare la materia secondo i propri scopi solo se ne rispetta le caratteristiche.

È evidente, allora, che la vera difficoltà che spesso troviamo nel lavoro, quell’insoddisfazione che fa da sfondo alle giornate che siamo costretti a dedicargli provengono direttamente dalla non accettazione del dato – persone e cose -, dalla pretesa di avere a che fare solo con una realtà selezionata dai nostri gusti, piaceri, desideri.

E così ci condanniamo alla sterilità di chi non trova mai niente di nuovo. Ci condanniamo a non fare mai l’esperienza descritta dal poeta polacco Kiprian Norwid: «La bellezza esiste per suscitare ammirazione che poi porta al lavoro: il lavoro è per risuscitare».

tratto da Ilsussidiario.net

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